Oceani sotto shock

2 Ott

delfini

Roma, Italia — I nostri oceani sono in pericolo. In grave pericolo. È l’allarme lanciato dal nuovo rapporto di Greenpeace e World Watch Institute. Sovrasfruttamento delle risorse ittiche, inquinamento e cambiamenti climatici minacciano la vita degli ecosistemi marini. Esiste un’unica soluzione: costruire una rete di riserve marine che comprenda il 40 per cento degli oceani del mondo.

La superficie della Terra è coperta dal mare per il 70 per cento e tre quarti dell’umanità vivono nelle aree costiere. Dipendiamo enormemente dalle risorse marine. Eppure, come rivela il rapporto “Oceani in pericolo”, gli oceani del mondo sono sotto shock. Il 76 per cento degli stock di pesce è stato sfruttato al limite. Una valutazione confermata dalla FAO, secondo cui nel 2005 sono state pescate 158 milioni di tonnellate di pesce. Un dato 7 volte superiore a quello del 1950. Dagli anni ’50, sono noti oltre 350 casi di collasso di un sistema di pesca: il più famoso è certamente quello del merluzzo dei Banchi di Terranova.

Nei nostri oceani non solo si pesca troppo ma anche male. Attrezzi distruttivi, come la pesca a strascico o le reti derivanti, catturano un numero incredibile di specie non bersaglio, danneggiando l’ecosistema e rallentando il recupero degli stock ittici. Negli ultimi anni anche  l’acquacoltura sta creando enormi problemi. Oggi, infatti, circa un quarto della produzione ittica non è diretta al consumo umano ma alla produzione di fertilizzanti e farine di pesce che servono come mangimi per l’acquacoltura. Per esempio per produrre un tonno di 1 chilogrammo occorrono tra 15 e 25 chilogrammi di mangime.

Gli effetti del cambiamento climatico sulla biodiversità marina sono davvero preoccupanti. Lo sbiancamento delle barriere coralline rischia di diventare generalizzato entro il 2030-2050. Metà delle mangrovie, un ecosistema fondamentale per la difesa delle coste dalla pressione del mare, sono state cancellate. In generale le risorse ittiche, già sovrasfruttate, sono meno in grado di reagire allo stress del cambiamento climatico. Inoltre il mare è il grande regolatore del clima, una spugna che finora ha assorbito buona parte delle emissioni di gas serra che immettiamo in atmosfera. Oggi questa capacità di assorbimento sta diminuendo: se gli equilibri saltano, sarà difficile reagire.

L’inquinamento, chimico o radioattivo, e il continuo sversamento in mare di idrocarburi e rifiuti, in gran parte plastica, sono un’altra minaccia globale. Numerosi organismi corrono il rischio di ingerire grandi pezzi di plastica o di impigliarsi in reti, cavi o lenze abbandonate: la lista comprende 267 specie e, nel Mediterraneo, è particolarmente preoccupante l’effetto sulle tartarughe marine. Gli scarichi urbani o i reflui delle attività agricole trasportano quantità eccessive di sali nutritivi che, entro certi limiti, sono necessarie alla vita del mare, ma in eccesso causano crescite inattese di alghe – a volte pericolose – e la formazione di zone di fondali prive di ossigeno.

Lo stato degli oceani è allarmante ma per salvarli c’è ancora tempo. Poco tempo. La proposta degli autori del rapporto è di mettere a punto, entro il 2012, una rete mondiale di aree marine protette non solo lungo le coste ma anche in alto mare, dove siano proibite tutte le attività estrattive e distruttive, inclusa la pesca. Le riserve marine sono lo strumento indispensabile per arrestare e invertire il declino degli oceani: gli oceani hanno un’immensa capacità di rigenerarsi e, ovunque nel mondo siano state create riserve marine, la vita marina sta prosperando.

Rapporto Greenpeace 

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