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Into the Wild Trailer

24 Dic

Into the Wild – Trailer

Garantito questo sarà il film dell’anno, un inno alla libertà e alla natura

Artico canadese mai così caldo

27 Ott

MELVILLE ISLAND, Canada — Non era mai accaduto, nell’arcipelago artico canadese, che la colonnina di mercurio toccasse più volte i 22 gradi. Eppure quest’estate è successo, e spesso. Con la conseguenza chei ghiacciai locali si sono ritirati e le isole sono state investite da colate di fango causate dallo scioglimento del permafrost.

Di solito nelle isole dell’estremo Nord le temperature estive rimangono intorno ai 5 gradi anche nei giorni più caldi. E i ghiacci non si sciolgono mai.

 

Ma durante l’estate 2007 è stato battuto ogni record: gli scienziati della Queen’s University dell’Ontario, mentre lavoravano sull’Isola di Melville, hanno rilevato medie intorno ai 13 gradi e massime che superavano i 20. E questo solo nel mese di luglio. A quanto pare, in agosto i termometri hanno segnato temperature anche superiori.

 

I ricercatori, coordinati da Scott Lamoureux, hanno poi cercato riscontro nelle foto satellitari. E hanno constatato uno spaventoso ritiro dei ghiacci che solitamente ricoprono l’arcipelago: si sono assottigliati e in alcuni punti, sono del tutto spariti.

 

“Questa regione sta andando a pezzi” ha commentato, durissimo, Lamoureux. Riferendosi in primo luogo al fango che ricopre le isole quando il permafrost, il sottosuolo perennemente ghiacciato, si riscalda troppo e perde le sue fattezze.

 

Purtroppo non si tratta di un fenomeno circoscritto. “Anche nelle altre zone dell’Artico, come la Siberia, questa è stata la stagione più calda degli ultimi tempi” ha confermato Welt Meir del Centro nazionale americano per il ghiaccio e la neve.

 

L’arcipelago artico canadese è composto da oltre 36.500 isole e si trova a nord del Canada.

MontagnaTv

 

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‘SUMMIT’ POPOLI INDIGENI A DIFESA MADRE TERRA

14 Ott

LA PAZ – Sulla scia della dichiarazione sui diritti degli indigeni firmata un mese fa dall’Onu, i rappresentanti di un migliaio di popoli indigeni hanno approvato oggi nella localita’ boliviana di Chimore’ un documento che punta alla difesa dell’ ambiente e delle risorse naturali della ”Terra madre”. In coincidenza con la commemorazione dei 515 anni dalla scoperta dell’America, ”L’incontro per la vittoria storia degli indigeni del mondo”, chiuso oggi a Chimore’, ha dato via libera a un testo che sottolinea, tra l’altro, l’importanza dell’ integrazione dei diversi movimenti indigeni del pianeta nella lotta per il diritto alla terra e alle risorse naturali. Ad alcuni degli eventi del ”vertice” hanno preso parte il presidente boliviano, Evo Morales – primo capo dello stato indigena del Paese andino -, e il premio Nobel per la Pace 1992, Rigoberta Menchu’, la quale ha tra l’altro ricordato che ”ancora oggi, ci sono Paesi che non accettano concetti quali ‘popoli indigeni’ oppure ‘il diritto all’autodeterminazione”’. Ieri si e’ per esempio svolta una cerimonia a Tiwanaku, culla di una cultura pre-incaica risalente a 3.000 anni fa, dove gli amauta (guide spirituali) hanno offerto omaggi alla Pachamama, la terra madre in lingua quechua. Tra i rappresentanti presenti, un delegato dei comanches statunitensi, che ha criticato il voto contrario espresso da Washington – cosi’ come hanno fatto Canada e Nuova Zelanda – alla Dichiarazione sui diritti degli indigeni approvata all’Onu lo scorso 13 settembre dopo vent’anni di dibattiti. ”Negli Usa – ha precisato il delegato – sono 550 le tribu’ che chiedono all’amministrazione Usa di riconoscere i diritti degli indigeni, circa il 3% della popolazione totale del Paese”. Fra i Paesi dell’America Latina dove la tematica delle popolazioni indigeni e’ all’ordine del giorno spiccano l’Ecuador e l’Argentina. La quechua ecuatoriana Miriam Masaquiza ha per esempio ricordato il caso degli indigeni Sarayaku del suo Paese, che si rifiutano di autorizzare l’ingresso nelle proprie terre delle compagnie petrolifere. In Argentina sono d’altra parte circa 400 i contenziosi aperti con le autorita’ locali e centrali sul diritto alle terre, conflitti relativi al destino di una superficie totale pari a 8,6 milioni di ettari: un’area equivalente a 428 volte l’estensione della citta’ di Buenos Aires, ricorda un’inchiesta pubblicata oggi dal quotidiano ‘Pagina 12′. ”Ormai da anni sono molti i territori aborigeni dove gli indigeni vengono allontanati per lasciare il posto ai nuovi prodotti agro-industriali, in primo luogo la soia, oppure allo sfruttamento delle risorse minerarie e degli idrocarburi, oppure alle nuove strutture per il turismo, per esempio campi di golf e hotel”, rileva il quotidiano. In Cile il Consiglio di tutte le terre ha d’altra parte celebrato la Dichiarazione Onu approvata a settembre, proclamando ”l’autogoverno dei mapuches”, al fine di riaffermare i diritti di questo popolo indigeno ”in tutte le sue espressioni, dalla politica alla cultura, dalle istituzioni alla magistratura”. Su tali questioni oggi ha preso posizione anche Amnesty International (Ai), che in una nota ha chiesto ai governi e le societa’ di tutto il mondo di ”proteggere e difendere i diritti fondamentali dei popoli indigeni di fronte a politiche discriminatorie, conflitti armati e megaprogetti economici”. (ANSA). RIG
12/10/2007 18:39

ansa

Zuven (giovani) quì bisogna darsi una mossa vedo un futuro molto buio, poi manca solo l’asteroide e siamo a posto.

io

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PREMIO NOBEL PER LA PACE EX AEQUO AD AL GORE E IPCC

13 Ott

NEW YORK – La vendetta e’ un piatto al global warming: dopo aver vinto un Emmy per la televisione e un Oscar per le sue battaglie verdi, l’ex vicepresidente Al Gore, 59 anni, ha condiviso con il Comitato Intergovernativo dell’Onu per i Cambiamenti Climatici (Iccp, una rete di 2.000 scienziati) il premio Nobel piu’ ambito, quello per la Pace.

Il mutamento climatico ”e’ la piu’ grande sfida dell’umanita”’, ma e’ anche ”una grande opportunita”’ ha commentato l’ex numero due di Bill Clinton, che devolvera’ la sua meta’ del premio da 1,56 milioni di dollari alla fondazione bipartisan e no-profit Alliance for Climate Protection. A Palo Alto, in California, Gore si e’ presentato davanti alle telecamere ma non ha voluto rispondere alle domande dei giornalisti, eludendo quella che ogni reporter negli Usa avrebbe voluto porgli: usera’ la piattaforma del premio per candidarsi alla Casa Bianca?

Per Gore potrebbe essere una nuova vendetta: l’occasione per far fuori Hillary Clinton, con cui dai tempi dello scandalo Monica Lewinski non corre affatto buon sangue.

Il crescendo del Draft Gore Movement, il movimento di base per convincere il vincitore del voto popolare del 2000 a uscire dall’esilio politico con una raccolta forte finora di oltre da 136 mila firme, raggiungera’ probabilmente il suo apice alla vigilia del 2 novembre, scadenza ultima per entrare in gioco nelle primarie del New Hampshire. Ma le chance di un ingresso in pista sembrano minime: ”Gli ho chiesto tante di quelle volte di farlo che mi ha chiesto di smettere di chiamarlo”, ha detto l’ex presidente Jimmy Carter, vincitore di un premio Nobel per la Pace nel 2002.

Oggi, nel giorno dell’annuncio da Oslo, e’ stato negli Usa il giorno delle congratulazioni: al coro unanime dei democratici, guidato dall’antico boss Bill Clinton e dalla potenziale rivale e vecchia nemica Hillary, si e’ unita anche la Casa Bianca di George W. Bush con un indispettito: ”Gore sara’ felicissimo” e poi un fermo e secco: ”Noi non cambiamo rotta”.

E’ un piccolo paradosso della storia: nel giorno della rivincita di Gore, il rivale del 2000 che lo derideva col soprannome di ‘Ozone Man’ e’ al nadir della popolarita’, azzoppato oltre che dal naturale processo di senescenza dei presidenti americani a fine mandato, da scelte politiche impopolari in politica interna e sul fronte dell’effetto serra.

Bush aveva snobbato il discorso di Gore all’Onu e a fine settembre l’autore di ”Una scomoda verita”’ gli aveva chiesto di lanciare un nuovo Piano Marshall Globale per l’ambiente. Oggi il senso del Nobel – come si legge nella motivazione – e’ un riconoscimento che Gore ha fatto piu’ di ogni altro (con la sola eccezione di Madre Natura, ha notato il settimanale ‘Time’) per provocare una rivoluzione nel modo di pensare dell’opinione pubblica sulle misure che occorre adottare per fermare il global warming: una stragrande maggioranza di americani – il 90% dei democratici, l’80% degli indipendenti, il 60% dei repubblicani – e’ convinto che una ”azione immediata” sia necessaria per far fronte all’emergenza clima.

Che questa consapevolezza possa far da trampolino a una nuova corsa presidenziale in un campo dominato dalla front-runner (e antica rivale) Hillary Clinton e’ tutto da vedere. Fonti vicine a Gore hanno ribadito che l’ex vice di Bill Clinton non ha intenzione di candidarsi. ”Non lo fara”’, ha confermato ‘Time’, notando che entrando in gara ”Gore si brucerebbe una felicita’ conquistata a fatica, ed e’ ancora piu’ felice e realizzato adesso che i fatti gli hanno dato ragione”. Quanto e’ realistica una candidatura di Gore? Gli ostacoli pratici di mettere in piedi una macchina elettorale in questa fase avanzata della corsa sono molti. Ma per James Carville, ex stratega di Bill Clinton, c’e’ ”il 25 per cento” di possibilita’ che l’ex vice di Bill si rimetta in gioco e ”non e’ ancora troppo tardi”.

Ma ogni premio che passa per Gore e’ la conferma che ha fatto la scelta giusta a lasciare la politica attiva: ”Sara’ lui il kingmaker delle prossime elezioni”, ha pronosticato la sua ex collaboratrice Donna Brazile, che oggi e’ alla Cnn. E cosi’ il ‘New York Times’: ”Con la scelta del candidato a cui dara’ il suo appoggio, sara’ l’ago della bilancia della campagna”.

(di Alessandra Baldini)

Sarà, ma c’è qualcosa che non mi convince in quest’uomo, forse il mega concerto, che ha sguinzagliato fior di jet privati, in giro per il mondo con artisti vari, forseper l’energia utilizzata per fare il concerto, non lo sò, ma io di solito sono dubbioso quando un politico diventa Robin Hood

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Birra e sai cosa bevi……forse

10 Ott

Roma, Italia — Budweiser e riso OGM. È la denuncia di Greenpeace, che diffonde i risultati delle analisi condotte da un laboratorio indipendente. L’indagine rileva la presenza di riso transgenico, non testato, in uno dei birrifici della Anheuser- Busch, in Arkansas, dove questo marchio di birra viene prodotto. In Italia la Budweiser viene prodotta e commercializzata dalla Heineken.

Il riso OGM scovato nel birrificio della Budweiser è il Bayer LL601. Una delle varietà che nel 2006 hanno contaminato gli stock di riso degli Usa. Da allora, la contaminazione è stata rilevata in circa il 30 per cento degli stock Usa. E ha provocato un impatto estremamente negativo sull’industria statunitense del riso: il riso transgenico non era autorizzato, provocando la chiusura dei mercati esteri.

La Budweiser è una delle poche birre che utilizza riso come ingrediente. Viene commercializzata in circa 60 paesi, sia esportata direttamente che prodotta in loco grazie ad apposite licenze. Anheuser-Busch è il maggiore singolo acquirente di riso negli Usa, acquistando il 6-10 per cento dell’intera produzione Usa.

Greenpeace ha informato l’Anheuser-Busch del risultato delle analisi prima della loro pubblicazione e ha richiesto chiare informazioni sull’estensione della contaminazione e sulla propria policy circa il non utilizzo di ingredienti OGM. Anheuser-Busch ha replicato che il riso della Bayer è autorizzato negli Usa e non viene utilizzato per la produzione della birra destinata all’esportazione. Ma l’estensione della contaminazione rimane un mistero.

Il riso Ogm non è approvato al di fuori degli Usa. Perciò Greenpeace ritiene che la Budweiser con esso prodotta non possa essere esportata. Anheuser-Busch deve informare dettagliatamente circa il livello di contaminazione del riso utilizzato nella produzione della Budweiser negli Usa e chiarire quali misure intende adottare per fare in modo che questa birra non raggiunga il mercato estero.

La birra contaminata dagli OGM è solo l’ennesimo scandalo. In occasione dell’incontro alla camera “Sovranità alimentare e politica”, Greenpeace ribadisce la necessità di un impegno chiaro e forte da parte del Governo e dei politici italiani, per proteggere cittadini, ambiente e mercato dagli Ogm. Un impegno non più prorogabile.

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greenpeace