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Emergenza terremoto

8 Apr

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Gli Scorpions e Greenpeace

30 Nov

Roma, Italia — La famosa band tedesca torna in Brasile dedicando il proprio tour alla protezione della foresta amazzonica. Hanno sorvolato la regione orientale del Parà con il Cessna di Greenpeace, osservando aree colpite dalla deforestazione, il taglio illegale, gli incendi ma anche la bellezza dei paesaggi forestali ancora intatti. Con le immagini dell’Amazzonia Greenpeace ha prodotto un bellissimo video per la canzone “Send me an angel”, un classico degli Scorpions.

“Questo volo mi ha lasciato con uno strano mix di emozioni” dichiara Meine “La tristezza per tutta questa distruzione ma anche la sensazione di sentirmi veramente fortunato per aver potuto vedere una delle parti più belle del mondo, intatta e meravigliosa. L’Amazzonia è una regione di straordinaria bellezza e allo stesso tempo fondamenatle per l’equilibrio del clima e del nostro pianeta. Vedere la natura intatta è una sensazione bellissima ma alla stesso tempo da la misura della gravità delle azioni degli uomini contro di essa.”

In tutte le tappe dello Humanity Tour di quest’anno gli Scorpions allestiranno il palco con striscioni di Greenpeace per uno stop immediato alla deforestazione in Amazzonia. Durante tutti i concerti inoltre verrà proiettato il video che Greenpeace ha prodotto apposta per la loro canzone “Send me an Angel”.

Greenpeace essprime gratitudine per la loro attività di sensibilizzazione, sperando che i loro concerti insieme al video di ‘Send me an Angel’ possa stimolare la gente ad agire per la protezione del più grande polmone verde del pianeta. È di fondamentale importanza che il Brasile, quarto paese emettitore di gas serra al mondo, metta in atto delle drastiche misure per fermare la distruzione dell’Amazzonia. Il 75% delle emissioni globali del Brasile, infatti, sono determinate proprio dalla deforestazione. Non c’è più tempo da perdere.

greenpeace

Aggiornamento Emergency Centro Salam di cardiochirurgia

30 Nov

Mercoledì 26 novembre sono arrivati a Khartoum dieci pazienti
iracheni, dai tre ai vent’anni, che saranno operati nelle prossime
settimane al Centro Salam di cardiochirurgia. I pazienti erano stati
selezionati nel corso di uno screening cardiologico effettuato a meta’
ottobre presso il nostro Centro di riabilitazione di Suleymania.
I minorenni sono arrivati con la madre o il padre, che saranno
ospitati nella foresteria del Centro Salam e potranno cosi’ stare
vicino ai loro figli fino al rientro in Iraq. Ad accompagnare il
gruppo c’e’ anche Hawar Mustafa, il nostro responsabile dei progetti
nel Nord dell’Iraq. A tutti i nostri nuovi pazienti, un sincero
augurio.

Per informazioni sul Centro Salam di cardiochirurgia in Sudan:
http://www.emergency.it/menu.php?A=002&SA=030&P=019&ln=It

Per sostenere le attivita’ di Emergency:
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=021&ln=It

Emergency: Un Centro pediatrico in Darfur

3 Ott

Invia un SMS al 48587 e darai un contributo alla costruzione del
Centro pediatrico che Emergency realizzera’ a Nyala, in Darfur.

Nyala e’ abitata da oltre un milione e mezzo di persone, in larga parte
profughi in fuga dalla guerra accampati nei 7 campi sorti nei
sobborghi della citta’.

Da oggi al 22 ottobre gli utenti Tim, Vodafone, Wind e 3 potranno
inviare un SMS al numero 48587 del valore di 1 euro oppure effettuare
allo stesso numero una chiamata da rete fissa Telecom del valore di 2
euro. L’intero ricavato sara’ devoluto a Emergency.

Con questo progetto Emergency assicurera’ assistenza sanitaria
qualificata e gratuita alla popolazione di un’area vastissima, dando
attuazione a un diritto umano fondamentale: il diritto alla salute. Il
Centro pediatrico di Emergency offrira’ assistenza sanitaria
qualificata e gratuita 24 ore su 24 ai bambini fino ai 14 anni di eta’
per patologie quali malnutrizione, infezioni alle vie respiratorie,
malaria, infezioni gastrointestinali ed effettuera’ programmi di
immunizzazione e attivita’ di educazione igienicosanitaria. Presso il
Centro sara’ attivo un ambulatorio per lo screening dei pazienti
cardiopatici da trasferire al Centro Salam di Emergency di Khartoum
per l’intervento di cardiochirurgia e per il successivo follow-up.

Per maggiori informazioni:

www.lanostraideadipace.org – 02.881881

A step for Africa

27 Set

MILANO

Domenica 28 settembre 2008 – giornata mondiale del cuore

Il Teatro degli Arcimboldi ospitera’ “A step for Africa. Gala
internazionale di danza a favore di Emergency”. Il gala vede la
partecipazione straordinaria di etoiles provenienti dalle compagnie
internazionali piu’ prestigiose. per maggiori informazioni:

http://www.emergency.it/menu.php?A=006&SA=058&ln=It&cs=138

Prevendita biglietti su www.ticketone.it

Eventuali biglietti invenduti saranno dati in promozione direttamente
alla biglietteria del Teatro Arcimboldi domenica 28 ai seguenti
prezzi: euro 80 (platea bassa) – euro 50 (platea alta) – euro 30
(galleria).

Abusi sui bambini da parte ONU

29 Mag

Save the Children: abusi sessuali su minori da parte delle forze di pace Onu e di operatori umanitari sono un fenomeno sommerso e sottostimato
Casi di abusi e sfruttamento sessuale di minori, anche di sei anni, da parte della forze Onu di peacekeeping e operatori umanitari, continuano a verificarsi in paesi in emergenza e sono sottostimati e poco documentati anche a causa della paura delle vittime di parlarne e denunciarli.

E’ quanto emerge dal nuovo Rapporto di Save the Children “Nessuno a cui dirlo”: una ricerca  qualitativa frutto di interviste, gruppi di discussione e incontri che hanno coinvolto bambini, bambine, operatori umanitari, personale delle missioni Onu di peacekeeping, addetti alla sicurezza, in nazioni  in situazioni di emergenza o post conflitto (1). La ricerca segue di 2 anni uno studio analogo condotto in Liberia da Save the Children.

“Nonostante le recenti dichiarazioni di impegno a risolvere il problema da parte dei governi e delle organizzazioni internazionali”, commenta Valerio Neri  Direttore Generale di Save the Children Italia,  “il nostro rapporto documenta come abusi nei confronti di minori permangano e continuino in paesi e aree in emergenza e come queste situazioni restino per lo più sommerse. E’ necessario fare molto di più affinché i bambini non continuino a soffrire in silenzio e siano invece incoraggiati e  aiutatati a denunciare quanto hanno subito”.

La paura di parlare è ancora molto forte, emerge infatti con evidenza dalla ricerca di Save the Children. I bambini temono che, se parlano, l’abusante possa cercarli e fare loro del male, che le agenzie umanitarie smettano di dare loro gli aiuti, temono di essere stigmatizzati ed emarginati dalle famiglie e comunità o addirittura puniti.
“Tutto questo ci lascia intendere”, continua il Direttore Generale di Save the Children, “che per ogni abuso identificato ce ne sono probabilmente molti che rimangono nascosti e sconosciuti”.
Le persone non parlano perché hanno paura che poi le agenzie non lavoreranno più qui e noi abbiamo bisogno di loro, dichiara un ragazzo del Sud Sudan.

Sono prevalentemente orfani, o separati dai genitori, o con famiglie che dipendono dagli aiuti umanitari – secondo il dossier di Save the Children – i bambini vittime degli abusi da parte di adulti che lavorano per la comunità internazionale. A prevalere per numero sono le bambine rispetto ai maschi e l’età media delle vittime è di  14-15 anni anche se il rapporto attesta di abusi anche ai danni di bambini di 6 anni.

Numerose le forme di abuso descritte dagli intervistati: le più frequenti sono commenti, frasi dal pesante e volgare contenuto sessuale, cioè  “abusi verbali” (sono testimoniati dal 65% degli intervistati e partecipanti ai 38 focus group di Save the Children); segue il sesso “coatto” (secondo il 55% degli intervistati), a cui i minori sono indotti magari in cambio di cibo, soldi, sapone, in rari casi di beni “di lusso” come il cellulare. Frequenti anche le molestie (attestate dal 55% degli intervistati). Benché meno frequente (denunciato dal 30% degli intervistati) la violenza sessuale di singoli ma anche di gruppi su minori emerge come la più temuta.

Per quanto riguarda il profilo o la provenienza degli abusanti, il rapporto rileva che possono appartenere a qualsiasi organizzazione, sia essa umanitaria, o di peacekeeping o di sicurezza; avere qualsiasi livello o grado, dai più bassi – guardie, autisti – ai più alti, manageriali; fare parte dello staff locale o internazionale.

Tuttavia il personale delle missioni di pace risulta quello numericamente più coinvolto: dei 38 gruppi di lavoro in cui si è svolta la ricerca di Save the Children, 20 hanno indicato nei peacekeepers gli autori più frequenti degli abusi. Un dato confermato anche dalle Nazioni Unite: sul totale delle denunce di sesso con minori a carico di operatori Onu nel 2005, 60 su 67 riguardano le truppe del Dipartimento Onu delle Operazioni di Peacekeeping (Dpko) (2).

“Il comportamento di chi abusa sessualmente di bambini particolarmente vulnerabili, proprio di quei bambini che dovrebbe proteggere, è inqualificabile.  E’ difficile immaginare un più grave abuso di potere o flagrante violazione dei diritti dei minori”, commenta ancora Valerio Neri.
“Queste persone sono per fortuna una piccola minoranza. La gran parte degli operatori umanitari non commette alcuna forma di abuso e fa bene e con la massima serietà il proprio lavoro. Tuttavia”, prosegue Neri , “tutte le agenzie umanitarie e di peacekeeping che operano in contesti di emergenza, compresa Save the Children, debbono essere consapevoli di poter essere interessate da questo problema e che quindi vanno messe in campo importanti misure sia per prevenirlo che per contrastarlo. Finora”, conclude il Direttore di Save the Children Italia, “sia le Nazioni Unite sia le agenzie umanitarie hanno preso alcuni importanti impegni di principio che però ancora non si sono tradotti in fatti concreti”.

Per fare fronte al problema, Save the Children fa tre raccomandazioni che al momento sono all’attenzione della task force Onu sulla Protezione dallo sfruttamento e abuso sessuale (3):
• la realizzazione da parte delle Nazioni Unite di un efficace meccanismo di denuncia su base locale, in quei paesi dove vi è una significativa presenza di personale internazionale, cosicché i bambini e/o i loro genitori sappiano come denunciare gli abusi subiti e siano prese misure immediate e risolutive nei confronti di chi li commette;
• l’istituzione di una figura di controllo, a livello globale, un “global watchdog”, che monitori gli sforzi delle agenzie internazionali nel contrasto agli abusi e promuova le risposte più efficaci su questo fronte;
• l’incremento degli investimenti destinati a risolvere alle radici il problema, attraverso per esempio riforme legislative, campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, lo sviluppo di sistemi nazionali di protezione dell’infanzia.

La versione integrale del Rapporto “Nessuno a cui dirlo” è scaricabile dal seguente indirizzo: www.savethechildren.it/pubblicazioni
Per ulteriori informazioni:
Ufficio stampa – Save the Children Italia
Tel: 06.48070023-71
press@savethechildren.it
www.savethechildren.it

Bambini in miniera

17 Mag

La tanzanite è un gemma rara e preziosa.
Si trova in miniere profonde e pericolose.
Dove centinaia di bambini scavano senza sosta.
Nella speranza di uscire dal tunnel

Hanno tra gli otto e i tredici anni. A vederli sparire sotto terra vengono i brividi: le gallerie dentro cui si infilano sono cunicoli stretti e fragili che potrebbero crollare da un momento all’altro. Basta un improvviso cedimento del terreno, un attimo di disattenzione o un movimento sbagliato per restare intrappolati a centinaia di metri di profondità. E finire inghiottiti dal buio, per sempre. Eppure i babyminatori non sembrano preoccupati per la loro sorte: sanno di aver poco da perdere e in ogni caso non hanno alternative che scendere negli abissi, per sopravvivere. È un lavoro sporco e pericoloso il loro. Un mestiere duro e imprevedibile, come lo sono i preziosi frammenti di tanzanite che si celano nel ventre della terra.

«Questa pietra splendente può cambiare la vita – spiega un giovane lavoratore della miniera – il problema è che per trovarla bisogna rischiare la vita tutti i giorni». Siamo nel villaggio di Mererani, vicino ad Arusha, nel nord-est della Tanzania, l’unica regione al mondo che dispone di giacimenti di zoisite, ovvero tanzanite, una gemma rara e pregiata dai sorprendenti rilessi blu e viola. Un’autentica ricchezza naturale scoperta alla fine degli anni Sessanta; un tesoro minerario d’inestimabile valore che viene portato alla luce, giorno dopo giorno, da una miriade di piccole imprese locali, affiancate dalla multinazionale sudafricana Afgem che dal governo di Dar es Salaam ha ottenuto in esclusiva lo sfruttamento dei giacimenti più ricchi.

Qui, fino a trent’anni fa, pascolavano le mandrie dei masai. Poi la savana è stata trivellata come un gruviera e le colline sono state sfregiate da strade polverose e squallide distese di baracche. Al posto dei pastori ora ci sono i minatori. Migliaia di minatori, tra loro tantissimi ragazzini. Vengono da ogni parte del Paese in cerca della pietra luccicante e sognano di accumulare ricchezze principesche nelle miniere di Mererani.

Sul mercato mondiale delle pietre preziose, la quotazione della tanzanite viene appena dopo quella dei diamanti – e prima di rubini, zaffiri e smeraldi – non a caso gli esemplari più scintillanti si trovano nelle migliori gioiellerie di Parigi, New York e Londra. Il colosso dell’oreficeria Tiffany l’ha fatta diventare un segno distintivo dei vip. Solo negli Usa il suo giro d’affari sfiora i cinquecento milioni di dollari l’anno. Ma ai piccoli minatori della Tanzania arrivano solo le briciole del business: il loro guadagno medio è di due dollari al mese.

Secondo stime delle organizzazioni umanitarie, tra i 1.500 e i 3000 baby-minatori sono impiegati nelle miniere tanzaniane, oltre 400 di loro si calano ogni mattina nelle gallerie sotterranee di Mererani. Qui i bambini sono molto richiesti, ed è facile intuire il perché: lavorano anche tredici ore al giorno, senza protestare né scioperare; riescono a infilarsi nei tunnel più stretti e fanno da rapida spola tra gli uomini in profondità e i rifornimenti in superficie. Il tutto per una manciata di soldi, perché la gran parte di questi babyminatori non ha famiglia né casa, ed è disposta a qualsiasi sacrificio pur di mangiare. «Vivono in condizioni disperate, esposti ad ogni genere di violenza e abuso – racconta Alida Vanni, la fotoreporter che ha scattato le immagini di questo servizio – sono costretti a calarsi nelle grotte senza alcuna protezione, senza stivali né guanti.

Arrivano fino a trecento metri di profondità con una precaria torcia sulla fronte, che potrebbe spegnersi da un momento all’altro: mi hanno raccontato di ragazzini dimenticati in fondo alle miniere e di altri uccisi dall’esplosione delle mine». Ma questi sono drammi destinati a restare sepolti nelle viscere profonde dell’Africa.

Ho ripreso questo post da Missionari d’Africa

Sono incazzato nero, nonostante le tante parole ancora oggi si sfruttano i bambini per la nostra vanità, vergogna