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Bambini in miniera

17 Mag

La tanzanite è un gemma rara e preziosa.
Si trova in miniere profonde e pericolose.
Dove centinaia di bambini scavano senza sosta.
Nella speranza di uscire dal tunnel

Hanno tra gli otto e i tredici anni. A vederli sparire sotto terra vengono i brividi: le gallerie dentro cui si infilano sono cunicoli stretti e fragili che potrebbero crollare da un momento all’altro. Basta un improvviso cedimento del terreno, un attimo di disattenzione o un movimento sbagliato per restare intrappolati a centinaia di metri di profondità. E finire inghiottiti dal buio, per sempre. Eppure i babyminatori non sembrano preoccupati per la loro sorte: sanno di aver poco da perdere e in ogni caso non hanno alternative che scendere negli abissi, per sopravvivere. È un lavoro sporco e pericoloso il loro. Un mestiere duro e imprevedibile, come lo sono i preziosi frammenti di tanzanite che si celano nel ventre della terra.

«Questa pietra splendente può cambiare la vita – spiega un giovane lavoratore della miniera – il problema è che per trovarla bisogna rischiare la vita tutti i giorni». Siamo nel villaggio di Mererani, vicino ad Arusha, nel nord-est della Tanzania, l’unica regione al mondo che dispone di giacimenti di zoisite, ovvero tanzanite, una gemma rara e pregiata dai sorprendenti rilessi blu e viola. Un’autentica ricchezza naturale scoperta alla fine degli anni Sessanta; un tesoro minerario d’inestimabile valore che viene portato alla luce, giorno dopo giorno, da una miriade di piccole imprese locali, affiancate dalla multinazionale sudafricana Afgem che dal governo di Dar es Salaam ha ottenuto in esclusiva lo sfruttamento dei giacimenti più ricchi.

Qui, fino a trent’anni fa, pascolavano le mandrie dei masai. Poi la savana è stata trivellata come un gruviera e le colline sono state sfregiate da strade polverose e squallide distese di baracche. Al posto dei pastori ora ci sono i minatori. Migliaia di minatori, tra loro tantissimi ragazzini. Vengono da ogni parte del Paese in cerca della pietra luccicante e sognano di accumulare ricchezze principesche nelle miniere di Mererani.

Sul mercato mondiale delle pietre preziose, la quotazione della tanzanite viene appena dopo quella dei diamanti – e prima di rubini, zaffiri e smeraldi – non a caso gli esemplari più scintillanti si trovano nelle migliori gioiellerie di Parigi, New York e Londra. Il colosso dell’oreficeria Tiffany l’ha fatta diventare un segno distintivo dei vip. Solo negli Usa il suo giro d’affari sfiora i cinquecento milioni di dollari l’anno. Ma ai piccoli minatori della Tanzania arrivano solo le briciole del business: il loro guadagno medio è di due dollari al mese.

Secondo stime delle organizzazioni umanitarie, tra i 1.500 e i 3000 baby-minatori sono impiegati nelle miniere tanzaniane, oltre 400 di loro si calano ogni mattina nelle gallerie sotterranee di Mererani. Qui i bambini sono molto richiesti, ed è facile intuire il perché: lavorano anche tredici ore al giorno, senza protestare né scioperare; riescono a infilarsi nei tunnel più stretti e fanno da rapida spola tra gli uomini in profondità e i rifornimenti in superficie. Il tutto per una manciata di soldi, perché la gran parte di questi babyminatori non ha famiglia né casa, ed è disposta a qualsiasi sacrificio pur di mangiare. «Vivono in condizioni disperate, esposti ad ogni genere di violenza e abuso – racconta Alida Vanni, la fotoreporter che ha scattato le immagini di questo servizio – sono costretti a calarsi nelle grotte senza alcuna protezione, senza stivali né guanti.

Arrivano fino a trecento metri di profondità con una precaria torcia sulla fronte, che potrebbe spegnersi da un momento all’altro: mi hanno raccontato di ragazzini dimenticati in fondo alle miniere e di altri uccisi dall’esplosione delle mine». Ma questi sono drammi destinati a restare sepolti nelle viscere profonde dell’Africa.

Ho ripreso questo post da Missionari d’Africa

Sono incazzato nero, nonostante le tante parole ancora oggi si sfruttano i bambini per la nostra vanità, vergogna

Per amore dell’ Acqua

10 Mag

Si continua a parlane poco, ma il problema dell’acqua cadrà su tutti noi, quei gentiluomini delle Multinazionali, tipo Nestlè stanno comprando l’acqua in tutte le parti del mondo, mettendo a repentaglio la vita dei paesi più poveri, in Africa l’acqua si vende a dei prezzi pari a quelli della benzina, alle popolazioni viene detto di prendere l’acqua dai pozzi, poi si può purificare con le apposite pastiglie, peccato, che le suddette pastiglie costino 2 dollari cada una, il risultato è che la popolazione si ammala di colera, e nello stesso tempo a pochi km di distanza la gente più ricca non si accorge di nulla, poi c’è il problema delle acque minerali, negli Stati Uniti, la Nestlè ha comprato i diritti dell’acqua dello stato del Michigan e ralativo lago, lo stato è andato in tribunale ma tutto è stato inutile, mi bolle il sangue quando vedo le fihette varie con l’acqua minerale nella borsetta, non sapendo che l’80% delle acque minerali e acqua di rubinetto, tutto per un finto status, come le scansie dei supermercati, con 10 tipi di shampoo, i capelli sono di tre tipi, secchi,grassi,normali, bona lè, se poi non riesci a diventare una velina cazzi tuoi, il nostro spreco verso l’acqua è disastroso, nelle Marche hanno deviato un fiume per rifornire L’ acqua Rocchetta, ed intanto la finta suora contina a dire di bere l’acqua perchè fà fare molta plin plin, ma và a cagare, vi consiglio di vedere un film documentario stupendo, For Love of Water una denucia spiegata molto bene su quello che stannofacendo nel mondo le multinazionali, per vedere alcune clip del film

Per firmare la petizione sull’articolo 31 dei Diritti Umani clicca Qui

Apertura Network Terrainagonia

11 Mar

Stò preparando un network per farvi partecipare attivamente

Visita Terra in Agonia

Malawi: proviamo a muovere il culo grazie

8 Dic

malawi

Il protettorato britannico del Nyasaland, posto nel 1891, è divenuto Stato indipendente nel 1964 col nome di Repubblica del Malawi.

Dopo tre decenni di partito unico, il paese ha avuto le prime elezioni multipartitiche nel 1994, con una costituzione provvisoria divenuta definitiva l’anno successivo.

La forte corruzione delle istituzioni, la crescita della popolazione, la crescente pressione sulle terre coltivabili e la conseguente insicurezza alimentare, peggiorata dalle recenti siccità, e ulteriormente aggravata dall’alta e crescente incidenza dell’HIV/AIDS, sono tra i maggiori problemi attuali del paese.

Il Malawi, inoltre, è tra i paesi più altamente indebitati con l’estero.

L’economia è prevalentemente agricola, il 90% della popolazione vive nelle aree rurali in un paese in cui il 50% delle esportazioni sono legate al tabacco.

Sebbene negli ultimi anni la politica fiscale contro la corruzione è stata molto dura, le gravi siccità del 2005 e del 2006 hanno costretto il governo ad accrescere le imposte per sostenere la crisi economica.

Il Malawi vive dunque una grave emergenza umanitaria, una crisi complessa che necessita di un approccio integrato : è necessario mettere fine all’insicurezza alimentare e agire contro le cause di crescente vulnerabilità della popolazione, particolarmente delle donne e dei bambini.

Il Malawi infatti è uno dei paesi più poveri al mondo: il 42% della popolazione vive con meno di 1$ al giorno e il 65% delle popolazioni rurali vive sotto la soglia di povertà.

L’attuale crisi alimentare è accresciuta dall’alto indice di HIV/AIDS che colpisce il 14,4% della popolazione tra i 15 e i 49 anni, colpendo intere generazioni in età lavorativa e mettendole nell’impossibilità di lavorare una volta ammalate.

La Trasmissione dell’HIV da Madre a Figlio (TMF), inoltre, minaccia di contagiare tra i 20.000 e i 40.000 neonati ogni anno, attualmente oltre 83.000 bambini sotto i 15 anni sono sieropositivi.

Quasi un milione di bambini hanno perso uno o entrambi i genitori, la metà dei quali a causa dell’AIDS.
I servizi sanitari di base, sovraffollati per le crescenti malattie endemiche nel paese, sono compromessi dalla mancanza di infrastrutturestrumenti e medicine e dalla carenza di personale medico e paramedico.

I tassi di mortalità neonatale e sotto il quinto anno (112 e 178 per ogni 1,000 nati vivi rispettivamente) sono tra i più alti al mondo.

Malaria, diarrea, infezioni respiratorie acute e carenze nutrizionali sono tra le principali cause di mortalità infantile.

I tassi di mortalità materna sono quasi raddoppiati dal 1992: oggi più di una donna su cento muore di parto, uno dei tassi più alti al mondo.

Carenze di Vitamina A, ferro e iodio sono molto diffuse in tutto il paese.

Le percentuali di iscrizione alla scuola secondaria sono molto basse, in parte a causa della carenza di insegnanti, libri di testo e strutture sanitarie.
L’abuso, lo sfruttamento sessuale e il traffico di minori colpisce più di un milione di bambini del Malawi particolarmente le bambine, più vulnerabili e soggette alla discriminazione e alla violenza.

 

 

Adotta un progetto UNICEF in Malawi

 

Il Malawi è uno dei paesi per i quali i sostenitori italiani dell’UNICEF possono effettuare donazioni direttamente finalizzate alla “adozione” di un progetto specifico che l’UNICEF conduce nel paese. L’obiettivo di questo progetto è ridurre il contagio da HIV/AIDS, che ha un’indidenza molto forte nel paese.

Diversi cittadini, aziende e scuole italiani, attraverso il Comitato Italiano per l’UNICEF, stanno già offrendo il loro contributo.

Per saperne di più, visita le pagine dedicate all’adozione del progetto: “Fermiamo l’HIV/AIDS”

 Allora siamo sotto Natale cerchiamo di salvare le nostre coronarie con 2 fette in meno di cothechino, spendiamo anche pochi euro, ma con cuore

Scandali governativi

27 Nov

industrie

22/11/2007 – Il Governo italiano si prepara ad approvare l’ennesimo condono climatico, concedendo ai grandi impianti industriali permessi a inquinare oltre i limiti previsti dal Protocollo di Kyoto

Dal 1 gennaio 2008 partirà il secondo periodo dell’Emission Trading, il sistema europeo di scambio che regola le emissioni di gas serra di alcuni settori industriali, tra cui quello energetico. A poche settimane dall’avvio di questa seconda fase, l’Italia non ha ancora chiarito quale sia l’entità delle quote di emissioni che intende assegnare ai singoli impianti. Le associazioni ambientaliste Legambiente, Greenpeace e WWF, denunciano il pericolo che, sotto le pressioni dei grandi gruppi industriali, il Governo possa cadere in errore una seconda volta, concedendo sconti e incentivi alla produzione di energia elettrica da carbone.

Nel maggio 2007 la Commissione Europea aveva chiesto all’Italia di ridurre il proprio piano di allocazione di 13,2 milioni di tonnellate. A mesi di distanza, il Governo non ha ancora presentato un nuovo piano di allocazione per la seconda fase. Nel luglio Greenpeace, Legambiente e WWF, in una lettera inviata ai Ministri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico, avevano proposto alcune soluzioni per recuperare le quote mancanti senza vanificare il principio fondamentale della direttiva “chi inquina paga”. In particolare le associazioni chiedevano di fare ricadere sul carbone, il combustibile maggiormente responsabile dell’effetto serra, i tagli richiesti dalla Commissione.

Oggi il Governo intende aggirare l’ostacolo: anziché penalizzare gli impianti più inquinanti, il taglio richiesto dalla Commissione verrà raggiunto cancellando le quote destinate agli impianti che entreranno in funzione dopo il 2008 (la cosiddetta “riserva”), quote che verranno acquistate in futuro attraverso soldi pubblici con un fondo apposito previsto dalla Legge Finanziaria.

Per le associazioni ambientaliste:

* 1) non è accettabile che si voglia penalizzare il Paese, in particolare le nuove centrali a gas naturali, per mantenere i privilegi della generazione a carbone e che le decisioni del Ministero dello Sviluppo Economico siano pilotate dagli interessi di ENEL a discapito dei consumatori e dei concorrenti del mercato elettrico che si stanno orientando su fonti energetiche più pulite
* 2) è inaccettabile che i cittadini paghino con risorse pubbliche, in Finanziaria, quello che la direttiva europea chiede siano le imprese a pagare. Se questo avviene è palese la violazione della normativa sugli aiuti di Stato.

Se si pensa di scaricare sulla collettività i costi della riserva perché si vuole perseverare ad incentivare il carbone, il ricorso da parte di Greenpeace, Legambiente e WWF in Commissione europea in merito alla violazione degli aiuti di Stato sarà un passo inevitabile.

wwf italia
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l’Europa vive al di sopra dei suoi limiti ecologici

23 Nov

nuclear

Se tutti vivessero come un europeo ci vorrebbero 2,6 pianeti

ROMA
«L’Europa vive al di sopra dei propri limiti». Lo ha sottolineato Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia nel corso di una conferenza internazionale organizzata oggi dal Wwf, Ocse e Club di Roma nella sede del Parlamento Europeo a Bruxelles. «Se tutti i cittadini del mondo vivessero come un europeo avremmo bisogno di 2,6 pianeti, per avere sufficienti risorse per tutti e poter smaltire i rifiuti prodotti». A leggere il Rapporto del Wwf «Europa 2007 – Prodotto Interno Lordo e Impronta Ecologica» diffuso oggi in occasione della conferenza, emerge, infatti, che in Europa sono pochi i paesi creditori ecologici e molti quelli debitori.

Il documento del Wwf ha valutato le performance dei singoli stati, tramite una sorta di contabilità ecologica, dove utilizza il Prodotto interno lordo (PIL) che misura la crescita di un paese, l’Impronta Ecologica che misura la pressione sull’ambiente e l’Indice di Sviluppo Umano, come variabili contabili per cui risulta che in Europa , negli ultimi 30 anni, dal 1971, i paesi del nord e del centro, con le economie in crescita, hanno raddoppiato la loro pressione sull’ambiente. Una pressione che crescendo ad un tasso superiore a quello della popolazione, sta creando un deficit di risorse naturali per il resto del mondo e per le future generazioni.

Secondo il Rapporto, solo Finlandia, Svezia e Lettonia sono creditori ecologici, avendo ancora a disposizione grandi riserve ambientali alle quali attingere, che sono però già sottoposte ad una crescente pressione. In Finlandia dove la pressione umana è cresciuta dal 1975 del 70%, è oggi più forte che in ogni altro paese membro. Più pesante la situazione in Germania, dove la pressione sull’ambiente è due volte e mezzo superiore a quello che consentirebbero le sue risorse naturali. Un cittadino tedesco ha un’impronta ecologica doppia rispetto alla media mondiale. Per quanto riguarda la Grecia e la Spagna, queste stanno attraversando una fase di crescita dei consumi, mentre la Francia segue il trend europeo ma grazie alle tecnologie riesce a aumentare la propria disponibilità di risorse naturali.

Nell’Europa orientale spicca l’Ungheria, dove l’«impronta ecologica sull’ambiente» dal 1991 è andata riducendosi dopo i cambiamenti avvenuti in seguito al crollo del regime sovietico. I cittadini sloveni, che nel 1995 praticavano una forma di sviluppo sostenibile, nel 2003 hanno raddoppiato la loro «impronta» pro-capite sull’ambiente, mentre lo sviluppo è cresciuto meno del 5%. Ed, infine, la Romania che è debitrice con la sua impronta ecologica più bassa rispetto agli altri 27 paesi membri.

Solo una generazione fa, ha ricordato Bologna, i paesi europei erano per la maggior parte «creditori» ecologici, in quanto utilizzavano meno risorse di quante la natura ne rigenerasse.

Fonte La Stampa 

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