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4 Ottobre bloggers for Free Burma

2 Ott

free burma

 

Bloggers di tutto il mondo stanno preparando un’azione per supportare la rivoluzione in Birmania: vogliamo dare un segno di libertà e di appoggio a tutte quelle persone che stanno combattendo contro un regime crudele ed armato. Questi Bloggers stanno pensando di postare tutti insieme sui loro blog il giorno 4 Ottobre la tremenda situazione Birmana inserendo anche un banner grafico sottolineando la frase „Free Burma!“, „Birmania Libera!“.

 

Seguite le istruzioni di come prelevare il banner al link quì sotto 

 

FREE BURMA 

Stiamo impazzendo

2 Ott

cina

Più guardo la Tv, e più mi si ingastrisce il fegato, il rappresentante dell’Onu è andato in Myanmar a trattare, si spera di far partire una trattativa che risolva la rivolta in maniera positiva, ma ca..o!!! la maniera la avevano già trovata i monaci, il governo è senza scuse, immagino la paura che hanno tali governanti, ricordiamo tutti cosa successe in Cina nella tragica piazza Tiananmen, certi governanti se ne fottono dell’Onu e balle varie, noi poi siamo i più ganzi, dove sono le bandiere della pace, i comuni hanno organizzato delle manifestazioni, risultato Piazze vuote, complimenti, l’ideologia stà rovinando tutto intorno a sè, ma l’importante è che nei supermercati ci siano 4 scaffali di soli shampoo, in fondo l’importante è apparire mentre per altri l’importante è non morire.

io

Myanmar: inviato Onu incontra capo giunta e Suu Kyi

2 Ott

YANGON (Reuters) – L’inviato dell’Onu Ibrahim Gambari ha incontrato oggi il capo supremo della giunta militare del Myanmar, Than Shwe, e la leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi, al termine di una missione di quattro giorni per porre fine alla repressione militare contro la più grande protesta per la democrazia degli ultimi 20 anni nel paese del Sudest asiatico.

Dell’incontro con Than Shwe non è trapelato nulla, neanche dopo la partenza del diplomatico Onu per Singapore. Scopo di Gambari era quello di cercare di convincere l’anziano leader, 74 anni, di metter fine alla repressione e di aprire trattative con Suu Kyi.

Gambari incontrerà domani il primo ministro di Singapore Lee Hsien Loong, poi, come ha reso noto l’ufficio dell’Onu a Yangon, tornerà a New York per riferire al segretario generale delle Nazioni Unite.

In un comunicato, Gambari si è limitato a dire che ha incontrato Than Shwe e altri esponenti della giunta militare per “discutere dell’attuale situazione in Myanmar”.

Il comunicato dice anche che l’inviato dell’Onu ha incontrato Suu Kyi, senza però fornire dettagli.

Pur accettando di incontrare Gambari, i generali sembrano essere rimasti sordi finora agli appelli internazionali per ritirare truppe e polizia da Yangon, e porre fine ai raid delle bande filogovernative che setacciano le abitazioni in cerca di monaci e dissidenti.

“Passano da un appartamento all’altro gettando tutto a terra minacciando le persone. C’è un clima di terrore in tutta la città”, ha detto un esperto di Myanmar, residente a Bangkok, che ha molti amici a Yangon.

L’incaricato d’affari Usa Shari Villarosa ha detto a Reuters a telefono da Yangon che gli arresti continuano senza sosta.

“Abbiamo sentito che gli arresti sono continuati per tutta la notte, sino alle due del mattino. Abbiamo sentito che si tratta di militari. Non so chi li stia facendo ma c’è gente che va in giro nel pieno della notte portando via delle persone. La gente è terrorizzata. Questo governo mantiene il potere con la paura e l’intimidazione e stanno tentando di intimidire le persone perché si tengano lontane dalle strade”.

reuters

Pechino “disgustosa” fa fuggire gli atleti olimpici

2 Ott

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Pechino “è un miscuglio di tempo atmosferico disgustoso e aria inquinata” e due campioni delle Olimpiadi di Atene 2004 annunciano che diserteranno alcune gare. L’etiope Kenenisa Bekele ad Atene ha vinto i 10mila metri ed è giunto secondo nei 5mila, ha il record del mondo in entrambe le specialità, ha vinto i campionati del mondo dei 10mila metri ad Osaka ad agosto, ma dice che a Pechino gareggerà “solo per una disciplina”. Da Shanghai, dove il 28 settembre ha partecipato al Grand Golden Prix nella gara dei 1.500 metri, spiega che lo ha deciso “soprattutto per le condizioni di Pechino”. E’ d’accordo con lui la compatriota Meseret Defar, medaglia d’oro olimpica nei 5mila metri donne, che pensava di partecipare anche alla gara dei 10mila. Ma ora dice che correrà solo i 5mila e che dovrà “cambiare in modo radicale gli allenamenti e le abitudini per prepararsi meglio per la difficile situazione prevista a Pechino”.

L’elevato inquinamento atmosferico di Pechino, insieme al caldo previsto ad agosto, preoccupano gli atleti, specie per le gare di resistenza. Al punto che Jacques Rogge, presidente del Comitato olimpico internazionale, ha già proposto di rinviare queste gare se il giorno della competizione le condizioni atmosferiche fossero “insopportabili”.

Gli esperti sono divisi tra chi ritiene preferibile stare un lungo periodo a Pechino per abituarsi alla situazione e chi arriverà all’ultimo momento “per non correre rischi”. Di sicuro, Bekele e Defar dicono che non verranno presto a Pechino.

Intanto sono iniziate oggi a Shanghai le Olimpiadi speciali per disabili mentali. In Cina almeno 13 milioni di persone hanno handicap mentali, ma per loro è difficile inserirsi in una società competitiva, mentre non pochi sono presto abbandonati dai genitori sempre più orientati al mito del figlio-unico perfetto. Ieri mattina il presidente Hu Jintao, visitando a Shanghai un centro di educazione per i disabili mentali, ha richiamato l’intera società a dare “più attenzione ai disabili” fisici e mentali.

Fonte Asianews 

Bambini soldato testimonianza

2 Ott

“Un ragazzo tentò di scappare (dai ribelli), ma fu preso… Le sue mani furono legate, poi essi costrinsero noi, i nuovi prigionieri, a ucciderlo con un bastone. Io mi sentivo male. Conoscevo quel ragazzo da prima, eravamo dello stesso villaggio.
Io mi rifiutavo di ucciderlo ma essi mi dissero che mi avrebbero sparato.
Puntarono un fucile contro di me così io lo feci. Il ragazzo mi chiedeva: perché mi fai questo? Io rispondevo che non avevo scelta.
Dopo che lo uccidemmo essi ci fecero bagnare col suo sangue le braccia…
Ci dissero che noi dovevamo far questo così non avremmo avuto più paura della morte e non avremmo tentato di scappare…
Io sogno ancora il ragazzo del mio villaggio che ho ucciso.
Lo vedo nei miei sogni, egli mi parla e mi dice che l’ho ucciso per niente, e io grido.”

(Susan, 16 anni, rapita dal Lord’s Resistance Army, in Uganda)

Fonte Bambinisoldato.it 

stop

Bambini soldato

2 Ott

bambini soldato

Più di 300.000 minori di 18 anni sono attualmente impegnati in conflitti nel mondo.
Centinaia di migliaia hanno combattuto nell’ultimo decennio, alcuni negli eserciti governativi, altri nelle armate di opposizione. La maggioranza di questi hanno da 15 a 18 anni ma ci sono reclute anche di 10 anni e la tendenza che si nota è verso un abbassamento dell’età. Decine di migliaia corrono ancora il rischio di diventare soldati.

Il problema è più grave in Africa (il rapporto presentato nell’aprile scorso a Maputo parla di 120.000 soldati con meno di 18 anni) e in Asia ma anche in America e Europa parecchi stati reclutano minori nelle loro forze armate.

Negli ultimi 10 anni è documentata la partecipazione a conflitti armati di bambini dai 10 ai 16 anni in 25 Paesi. Alcuni sono soldati a tutti gli effetti, altri sono usati come “portatori” di munizioni, vettovaglie ecc. e la loro vita non è meno dura e a rischio dei primi.
Alcuni sono regolarmente reclutati nelle forze armate del loro stato, altri fanno parte di armate di opposizione ai governi; in ambedue i casi sono esposti ai pericoli della battaglia e delle armi, trattati brutalmente e puniti in modo estremamente severo per gli errori. Una tentata diserzione può portare agli arresti e, in qualche caso, ad una esecuzione sommaria.
Anche le ragazze, sebbene in misura minore, sono reclutate e frequentemente soggette allo stupro e a violenze sessuali. In Etiopia, per esempio, si stima che le donne e le ragazze formino fra il 25 e il 30 per cento delle forze di opposizione armata.

stop

Oceani sotto shock

2 Ott

delfini

Roma, Italia — I nostri oceani sono in pericolo. In grave pericolo. È l’allarme lanciato dal nuovo rapporto di Greenpeace e World Watch Institute. Sovrasfruttamento delle risorse ittiche, inquinamento e cambiamenti climatici minacciano la vita degli ecosistemi marini. Esiste un’unica soluzione: costruire una rete di riserve marine che comprenda il 40 per cento degli oceani del mondo.

La superficie della Terra è coperta dal mare per il 70 per cento e tre quarti dell’umanità vivono nelle aree costiere. Dipendiamo enormemente dalle risorse marine. Eppure, come rivela il rapporto “Oceani in pericolo”, gli oceani del mondo sono sotto shock. Il 76 per cento degli stock di pesce è stato sfruttato al limite. Una valutazione confermata dalla FAO, secondo cui nel 2005 sono state pescate 158 milioni di tonnellate di pesce. Un dato 7 volte superiore a quello del 1950. Dagli anni ’50, sono noti oltre 350 casi di collasso di un sistema di pesca: il più famoso è certamente quello del merluzzo dei Banchi di Terranova.

Nei nostri oceani non solo si pesca troppo ma anche male. Attrezzi distruttivi, come la pesca a strascico o le reti derivanti, catturano un numero incredibile di specie non bersaglio, danneggiando l’ecosistema e rallentando il recupero degli stock ittici. Negli ultimi anni anche  l’acquacoltura sta creando enormi problemi. Oggi, infatti, circa un quarto della produzione ittica non è diretta al consumo umano ma alla produzione di fertilizzanti e farine di pesce che servono come mangimi per l’acquacoltura. Per esempio per produrre un tonno di 1 chilogrammo occorrono tra 15 e 25 chilogrammi di mangime.

Gli effetti del cambiamento climatico sulla biodiversità marina sono davvero preoccupanti. Lo sbiancamento delle barriere coralline rischia di diventare generalizzato entro il 2030-2050. Metà delle mangrovie, un ecosistema fondamentale per la difesa delle coste dalla pressione del mare, sono state cancellate. In generale le risorse ittiche, già sovrasfruttate, sono meno in grado di reagire allo stress del cambiamento climatico. Inoltre il mare è il grande regolatore del clima, una spugna che finora ha assorbito buona parte delle emissioni di gas serra che immettiamo in atmosfera. Oggi questa capacità di assorbimento sta diminuendo: se gli equilibri saltano, sarà difficile reagire.

L’inquinamento, chimico o radioattivo, e il continuo sversamento in mare di idrocarburi e rifiuti, in gran parte plastica, sono un’altra minaccia globale. Numerosi organismi corrono il rischio di ingerire grandi pezzi di plastica o di impigliarsi in reti, cavi o lenze abbandonate: la lista comprende 267 specie e, nel Mediterraneo, è particolarmente preoccupante l’effetto sulle tartarughe marine. Gli scarichi urbani o i reflui delle attività agricole trasportano quantità eccessive di sali nutritivi che, entro certi limiti, sono necessarie alla vita del mare, ma in eccesso causano crescite inattese di alghe – a volte pericolose – e la formazione di zone di fondali prive di ossigeno.

Lo stato degli oceani è allarmante ma per salvarli c’è ancora tempo. Poco tempo. La proposta degli autori del rapporto è di mettere a punto, entro il 2012, una rete mondiale di aree marine protette non solo lungo le coste ma anche in alto mare, dove siano proibite tutte le attività estrattive e distruttive, inclusa la pesca. Le riserve marine sono lo strumento indispensabile per arrestare e invertire il declino degli oceani: gli oceani hanno un’immensa capacità di rigenerarsi e, ovunque nel mondo siano state create riserve marine, la vita marina sta prosperando.

Rapporto Greenpeace